“Crescita, sviluppo e progresso sociale. È il PIL misura di tutto?”
Questa la traccia di uno dei temi proposti ai nostri ragazzi che hanno affrontato la maturità e queste le nostre idee in merito.
Misurare qualcosa vuol dire confrontarla con un oggetto analogo preso a campione e a misura di riferimento. Un liquido con un litro di liquido, un peso con un kg di un altro oggetto pesante, una distanza con un oggetto lungo un metro.
Ma come si misura un uomo? E come si misura una società di esseri umani? Quante variabili servono a descriverla? E, soprattutto, crescita, sviluppo e progresso sociale possono essere misurati solo in termini monetari? Come singoli individui, noi siamo la ricchezza che produciamo o che abbiamo accumulato?
Per molti la risposta può essere affermativa, in senso negativo o positivo.
In senso negativo: chi non ha né genera ricchezza subisce un condizionamento dalla propria situazione, in molti casi pesante e fortemente vincolante. Anche prescindendo dalla questione morale del merito, si può dire con certezza che chi, ad esempio, non può dormire con un riparo stabile sopra la testa (o cibo sufficiente a sopravvivere) è fortemente condizionato dalla propria “carenza di PIL”. Forse la sua vita non si esaurisce lì, d’accordo. Ma, in quella assenza di stabilità, anche tutto il resto della sua umanità rischia di risultare risucchiato e travolto.
In senso positivo: anche chi ha “eccesso di PIL” tende spesso ad avere la propria umanità risucchiata dalla propria condizione di ricchezza. Soddisfatti tutti i bisogni primari, è come se l’uomo li dimenticasse e ponesse il suo baricentro in quelli secondari (che ci fanno vivere bene) e addirittura terziari (che ci fanno vivere nel lusso e nella ostentazione). Spesso il finale è tragico, perché l’allontanarsi dai fondamentali dell’esistenza accomodandoci nel superfluo ci porta un profondo senso di noia e spesso un’ansia la cui vera ragione è la paura di retrocedere nella graduatoria economica in cui ci siamo, volontariamente o meno, imprigionati da soli.
E quindi sì, ci sono alcuni casi in cui, a livello individuale, il nostro PIL individuale finisce con l’essere una parte preponderante della nostra vita. Che sia troppo o troppo poco.
Nel mezzo, dove speriamo che tutti gli uomini saranno in futuro, c’è invece l’umanità che se la gioca certo anche sull’economia, ma anche su mille altri pregi e difetti, sogni, rimpianti, aspettative e passioni. Tutto ciò che per fortuna rende il PIL una misura molto, molto parziale della nostra crescita, del nostro sviluppo e del nostro progresso sociale.
Ma appunto, non ci sono solo gli individui. Ci sono anche le società, che hanno una complessità ancora superiore rispetto all’individuo.
Quanto detto per gli individui vale anche per le società in modo aggregato, naturalmente. Se ripensiamo agli anni Ottanta e alla tragica vicenda dei Narcos colombiani del Cartello di Medellin ne vediamo un semplice ma chiaro esempio.
Una carenza generalizzata di PIL (assieme a risorse naturali) fa sì che milioni di persone colombiane, a basso costo e per non morire di fame, accettino di lavorare come schiavi per un bandito come Pablo Escobar per anni, esportando cocaina in Florida.
E un eccesso generalizzato di PIL negli Stati Uniti, e nel sud in particolare, porta gli americani a trasferire, per molti anni, circa 30 mld di dollari l’anno verso la Colombia per divertirsi con la droga.
L’eccesso e la mancanza di PIL si toccano e mandano per anni in cortocircuito, su di un business illegale, la bilancia dei pagamenti dei due Paesi, costringendo il governo degli USA a intervenire non per ragioni etiche ma finanziarie.
Nelle società, tuttavia, quando si parla di PIL non ci si può limitare alla sua dimensione e nemmeno all’indicazione del PIL pro capite. Sempre più rilevante, soprattutto in questi anni che hanno visto l’emergere di economie (la Cina, la Russia, il Brasile a fasi alterne) con tassi di crescita del PIL a due cifre, è la distribuzione del PIL.
Io sono convinto che nessun uomo accetti volentieri una propria condizione di indigenza senza cercare di porvi rimedio. Può accettare, per sua inclinazione, per altri suoi interessi o per una situazione di scelta o di forza maggiore, una situazione di sopravvivenza magari stentata. Senza rischi eccessivi o problemi concreti sui bisogni primari, un uomo può accettare la propria vita. Se è invece in una situazione di indigenza grave, lui o i suoi cari, non accetta di buon grado la propria situazione e, se ne ha la possibilità, cerca di migliorarla con ogni mezzo.
Ma credo il punto sia il seguente: qualunque sia la sua situazione di indigenza o di stentatezza, può anche accettare di stare nella parte bassa della piramide sociale, ma a un patto. Che vi siano delle opportunità accessibili di migliorarsi. E che queste opportunità siano realmente a disposizione, e che effettivamente, sebbene con sacrificio e fatica, siano perseguibili. E che questo percorso non sia truccato. Che non ci siano persone che riescono a crescere nella piramide sociale a scapito degli altri, con mezzi truccati e con ingiustizie più o meno visibili. Per la semplice ragione che il trucco e l’ingiustizia, nel mondo di oggi, iperconnesso e integrato, si vedono.
Sono quindi convinto che una società che cresce e progredisce non sia quella che presenta il maggiore livello di PIL pro capite, o di tasso di crescita del PIL, bensì quella dove si attua una vera e progressiva distribuzione del PIL, mediante l’offerta di reali opportunità di miglioramento ai singoli e alle classi inferiori. Insomma, che sia una società che premia il merito, più che il censo o i natali.
E questo è un tema politico, poiché il cuore della politica non è che questo: garantire il rispetto delle regole affinché tutti abbiano delle opportunità qualora se le meritino. Opportunità che devono essere offerte in misura maggiore a chi al PIL partecipa meno che agli altri, perché le forze naturali della ricchezza già da sole spingeranno chi al PIL partecipa più che proporzionalmente a protrarre la propria situazione favorevole di sperequazione.
Con il crollo dei regimi comunisti, dove l’uguaglianza era stabilita per legge, ma in modo tanto soffocante da uccidere l’iniziativa individuale, la politica, di ispirazione liberale o socialista, non ha ancora saputo dare una risposta completa e davvero credibile a questa esigenza. Credo che la risposta sia un insieme di iniziative, di leggi e di regolamenti (ne cito alcuni: l’uguaglianza dei diritti civili di tutti gli individui, la tassazione dei patrimoni in caso di successione, l’investimento sulla scuola e sull’Università) ispirati dal filo rosso di dare a tutti gli individui uguali diritti e opportunità. Non solo, ovviamente, le opportunità economiche, ma prima di tutto quelle della conoscenza e dell’apprendimento, perché niente è più correlato al miglioramento personale e sociale che l’istruzione e lo studio.
In conclusione, quindi, il PIL non è misura di tutto, né può misurare la crescita e il progresso sociale.
Robert Kennedy, in un celeberrimo discorso tenuto all’università del Kansas, diceva:
«Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».
Inoltre, ricordava tutto quello che il PIL include, ma che non è certo una misura positiva dell’andamento di una società umana:
«Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».
