Nonostante l’apparentemente infinita cavalcata del valore di Bitcoin, ormai sopra gli 11.000 dollari, che sembrerebbe indicarne un successo definitivo, è proprio nelle sue funzioni essenziali di moneta (secondo la teoria classica: 1. mezzo di scambio, 2. unità di conto e 3. riserva di valore) che si avvertono le sue debolezze, ed è probabilmente da una di queste fragilità che prima o poi il sistema potrebbe incrinarsi.

Ecco, secondo noi, perché:

Bitcoin sale perché il suo mercato è sottile e strutturalmente limitato.

Secondo la teoria classica, la quantità di moneta cresce al crescere dell’economia reale. Esprime quindi i fondamentali delle ragioni di scambio, ad esempio, di una nazione o di un gruppo di nazioni. Ma i Bitcoin in circolazione sono pochi (circa 16 mln) e limitati strutturalmente alla cifra massima di 21 mln di pezzi, per costruzione dell’algoritmo che li fonda. Per questa intrinseca limitazione il suo valore sale e verosimilmente continuerà a salire.

Bitcoin può godere di aspettative, ma non di fiducia.

Bitcoin non è né una moneta fisica, né scritturale (quella immateriale garantita dalle banche), né elettronica (quella delle carte di debito/credito o di paypal e simili). Come la moneta moderna non ha un controvalore fisico di garanzia (le riserve auree di una volta), ma non ha nemmeno un emittente terzo che ne garantisca un controvalore. Vale nella misura in cui è accettato da chi vende prodotti e servizi, cosa ancora diffusa in modo del tutto marginale. Assomiglia a un baratto, svolto – ad esempio – con i francobolli. Finché vengono accettati funzionano. Ma il loro valore non è ancorato a nulla se non alla funzione di scambio. Insomma, è come una piuma al vento, il che – poiché il vento soffia attualmente in alto – lo porta su. Ma dire che gode di aspettative al rialzo non ha nulla a che vedere con la fiducia vera in esso riposta.

Bitcoin fallirà come mezzo di scambio per la sua volatilità.

Una delle caratteristiche di una moneta è la sua stabilità di valore, che gli Stati adeguano proprio in funzione del valore dell’economia sottostante, in un certo senso “pareggiandone” la quantità per renderla stabile nel valore. Se una moneta ha una volatilità elevata, ovvero una crescita continua, fallirà come mezzo di scambio perché le attese rialziste faranno sì che essa venga tenuta invece che spesa. Continueranno le aspettative di rialzo, ma il numero di transazioni reali (cioè Bitcoin contro merci o servizi) rimarrà sempre marginale, perché chiunque farà prevalere la speculazione sull’utilizzo normale.

Bitcoin alla fine costerà come le altre monete.

Attualmente il meccanismo cosiddetto di Mining, che consente la validazione indiretta delle transazioni, viene remunerato con nuovi Bitcoin creati (o meglio, frazioni di essi), asintoticamente decrescenti. Ma quando sarà toccato il limite dei 21 mln, chi pagherà i Miners, il cui costo vivo di processamento è già oggi molto elevato? Dicono verrà introdotta una commissione sulle transazioni, e a noi non resterà che sperare che non sia elevata. Anche la convenienza, in questa catena al rialzo, alla fine si rivelerà una chimera.

Bitcoin soffrirà le altre cryptovalute e i loro flop.

Si deve ammettere che la tecnologia della Blockchain è geniale e nettamente superiore alle altre cryptovalute. Ma queste, e i relativi ICO (Initial Coin Offerings), continuano e continueranno ad esistere, a competere – coi loro limiti di sicurezza – con Bitcoin, e, talvolta, a fallire. Questi fallimenti potranno forse essere una conferma indiretta della bontà di Bitcoin, ma, più facilmente, contribuire ad accomunarlo in un giudizio negativo e scettico. Alla fine, ne verrà influenzato comunque.

Bitcoin non è così sicuro come sembra.

Va ricordato che già nel 2014 la società cinese G-Hash arrivò a controllare il 41% del nodi di processing di Bitcoin, scatenando la reazione della rete e tirandosi indietro per evitare guai. In teoria, basta controllare il 51% dei nodi per poter alterare la regolarità della Blockchain, cioè della tecnologia sottostante a Bitcoin. Non dimentichiamo poi il fallimento di Mt Gox negli Stati Uniti, con perdite di centinaia di migliaia di dollari in Bitcoin. Insomma, il sistema appare statisticamente sicuro, ma non lo è completamente. La ragione di questo sta, ovviamente, nella mancanza di un ente terzo garante e regolatore, ma non solo. Il fatto che il Mining sia diventata una attività molto complessa che richiede elevati investimenti di data processing porta progressivamente Bitcoin a essere gestito da un numero limitato di soggetti grandi o molto grandi. Non esattamente la diffusione più “sicura” da immaginare.

Bitcoin verrà lasciato libero solo per un po’.

La assoluta irrilevanza degli scambi globali attuali su Bitcoin fa sì che gli Stati e le Banche centrali lo osservino con attenzione ma senza prendere provvedimenti. Di fatto, secondo alcuni, non è attualmente nemmeno classificato come una moneta. Ma le funzioni di regolazione dell’economia reale – e del benessere delle persone – attraverso la politica monetaria non verranno mai abdicate dagli Stati e dagli Enti regolatori nazionali o continentali. Perciò, come un ragazzino esuberante, viene oggi lasciato correre a briglia sciolta, in preda all’ingordigia degli investitori e all’euforia dei tanti informatici libertari che scorrazzano sulla rete. Quando verrà il momento, uscirà una regolamentazione che limiterà e porrà vincoli precisi a Bitcoin. Oppure, come si è detto di recente in Russia, lo sostituirà con una cryptovaluta di Stato, perfettamente convertibile e regolata. Che avrebbe il non piccolo vantaggio di poter controllare meglio il gettito fiscale. Insomma, si terrà il buono, cioè la tecnologia, e si sgonfierà il resto. Come a suo tempo è stato per Napster.