08 Feb UTP E RECUPERO DEGLI ASSET INCAGLIATI

Da ormai molto tempo il Sistema bancario italiano, sotto la pressione di fattori regolamentari e interni, e dopo aver cominciato sistematicamente a ridurre il problema degli NPL (le sofferenze) attraverso procedure di cessione, ha iniziato a metter mano in modo efficace al tema degli UTP (“unlikely to pay”), i cosiddetti “incagli”, che rappresentano una fetta grande e importante dei crediti deteriorati del sistema.

Molte banche, le maggiori in primis, hanno cominciato a creare portafogli di UTP, sia chirografari che ipotecari, e a sollecitare il mercato a rilevarli a valori interessanti. Le banche, come ormai è chiaro, sono organizzazioni in grado di gestire i processi di affidamento ed erogazione del credito, ma incontrano difficoltà oggettive nel recuperare il valore quando il prestito non funziona: è meglio che l’estrazione del valore la facciano altri ed esiste una possibilità per la banca di catturarne una buona parte (compatibile coi fondi accantonati), cedendo a terze parti, meglio posizionate e organizzate, la possibilità di catturare il maggior valore residuo. Questo porta a realizzare, per chi investe con le competenze e le strutture adatte, rendimenti molto elevati, a fronte di rischi relativamente limitati o comunque stimabili con buona precisione.

Ad esempio, un settore in cui assistiamo clienti che lavorano in questo ambito è quello degli UTP ipotecari (con garanzie immobiliari) cosiddetti “single name”, cioè a debitore unico, specie se a uno stadio di realizzo del valore immobiliare acerbo o incerto. In questi casi molto spesso è difficile intravedere e valutare il valore futuro, la sua effettiva realizzabilità, le cose da fare per produrlo e possedere le competenze e i mezzi per fare tutto questo dopo aver acquisito il credito.

Si pensi – come uno dei possibili esempi – a un cantiere incagliato: è necessario valutare il rischio su molte variabili: urbanistiche, costruttive, commerciali, di tempistica, finanziarie ecc. Comprare il credito non significa avere l’immobile, ma solo una strada possibile – e non certa – per recuperarlo: è necessario avere le strutture e l’organizzazione per farlo. È un settore dove in pochissimi operano (bisogna avere forti competenze immobiliari, legali e finanziarie allo stesso tempo), ma che dà ritorni più interessanti. Un nostro cliente, che gestisce crediti ipotecari single name con fondi propri e con fondi di terzi, è riuscito nei due anni passati, con una decina di progetti, a realizzare ritorni intorno al 100%, in meno di 12 mesi di durata media.

Ma qui vorremmo invece parlare di un caso diverso, di una possibilità concreta che può essere realizzata e perseguita da coloro (aziende, imprenditori) i quali vogliano recuperare e proteggere dalle azioni esecutive dei creditori ipotecari asset immobiliari finiti, ad esempio, in una situazione di difficoltà aziendale. Succede talvolta che in garanzia vengano dati immobili che poi si ritrovano a essere l’asset prevalente a garanzia di una situazione difficile, e che si voglia proteggerli o recuperarli prima che finiscano in qualche portafoglio di crediti ceduto a soggetti terzi che, senza le prudenze e i riguardi di una banca, li escutono immediatamente.

La possibilità di estrarre gli immobili, prima che sia troppo tardi, esiste. Sia che si abbia la disponibilità finanziaria immediata per recuperarli, sia che si abbia solo una parte di essa, sia che si possa contare su flussi futuri dall’immobile o da altre fonti. Soggetti seri, capaci di ingegnerizzare un intervento di riacquisto del credito ipotecario efficiente, senza spese superflue e con fiscalità efficiente, comunque in ambito regolato e vigilato, esistono e sono dotati anche di mezzi finanziari sufficienti a sopperire alle carenze temporanee.

Un imprenditore che aveva due società, di cui una incagliata ma contente un immobile di famiglia di valore importante e a cui era affettivamente legato, non è riuscito, da debitore, a mettersi d’accordo coi creditori ipotecari, come spesso succede. Raramente le banche possono concedere sconti ai debitori, specie in presenza di garanzie personali anche se incapienti. Però l’imprenditore ha finanziato a soggetti terzi con strutture adeguate il riacquisto del credito (a forte sconto sul valore del debito), per metà con finanza esistente e per metà coi flussi futuri della seconda società. Ed è riuscito, in pochissimi mesi, a recuperare e proteggere da azioni esecutive l’immobile e a liquidare in bonis la società incagliata.

Nello stesso tempo ha liquidato, indirettamente e con il concorso e il supporto finanziario di terzi, il sistema bancario con il medesimo valore che costoro avrebbero realizzato in una procedura concorsuale, solo molto prima (sei mesi invece di cinque anni) e senza le spese accessorie di procedura, che riducono drammaticamente i rimborsi anche dei creditori privilegiati. Insomma, una soluzione positiva anche per l’istituto di credito, non solo per il debitore. E a costi inferiori, ad esempio, ad un concordato.

Sapere organizzare e realizzare questo tipo di processi, avere le persone e le strutture giuridiche corrette ed efficaci per analizzare e risolvere questo tipo di problema, è cosa di grande utilità per molti: aiuta a eliminare e smobilizzare in maniera realmente definitiva, un pezzo alla volta, le risorse bloccate nei crediti deteriorati di banche grandi e piccole, rimettendo in circolo finanza e lavoro.

23 Oct DEBITO SOVRANO

L’Italia ha circa 2300 mld di euro di debito sovrano. Di questo, circa 600 mld sono sottoscritti da soggetti stranieri, circa 370 dalle banche residenti in Italia, e gli altri 1300 circa da soggetti italiani, con capitali, alcuni sostengono, non sempre frutto del risparmio lecito delle famiglie e delle imprese (e quindi con scarsa prevedibilità dei relativi movimenti).
Una prima osservazione è quasi ovvia: gli italiani che hanno Btp ignorano che i loro titoli sono, per una parte importante, una partita di giro tra loro e lo Stato (che son sempre loro): come avere un credito con se stessi, cioè nulla. Ma questo è sempre stato così e su questa ambiguità sono passati i decenni.
Invece, dal mese di maggio 2018, il resto del debito, quello sottoscritto da soggetti non residenti in Italia sta calando a ritmi elevati, pari a circa 35-40 mld al mese, sia per ragioni tecniche, in particolare la fine prossima del QE – Quantitative Easing (cioè gli acquisti di titoli italiani e non solo sui mercati secondari da parte della BCE), sia per la percezione del rischio paese, riflessa poi in spread e tassi più elevati.
Con l’anno nuovo, la fine del QE e il rifinanziamento del debito, che sostanzialmente serve a poter gestire la riserva di liquidità di cui lo Stato ha bisogno per funzionare, lo Stato potrebbe trovarsi nella situazione di dover emettere debito a tassi elevati, e al contempo in presenza di domanda estera carente.
Le banche Italiane, sia per ragioni di conto economico (se gli spread salgono i titoli garantiscono rendimenti anche molto elevati), sia perché verosimilmente sollecitate a sostenere il debito data la debolezza della domanda estera, potrebbero trovarsi a dover sottoscrivere una quota superiore delle nuove emissioni, sottraendo liquidità al sistema, cioè a imprese e famiglie.
Non è una cosa che non sia già accaduta: nel corso del 2011 fu esattamente questo (il cosiddetto Credit Crunch) che mandò in crisi il nostro sistema, e inaugurò la stagione che del “whatever it takes” di Mario Draghi, cioè appunto l’intervento sistematico della BCE per sostenere le emissioni degli Stati, in particolare di quelli in difficoltà e con il maggior valore dei titoli in circolazione, al fine di difendere l’euro. Nelle casse dello Stato, si racconta, era rimasto davvero troppo poco per poter onorare le spese correnti e per interessi.
Ora noi dobbiamo pensare che questa esperienza ha dato un insegnamento all’Europa sul modo di difendere l’euro, almeno sotto il profilo monetario (forse non molto da quello politico), e che a quella situazione non si dovrebbe, in teoria, arrivare senza intervenire prima. Se al contrario dovessimo arrivarci, sarà per volontà politica di qualcuno, e non necessariamente solo di un governo italiano.
Avere un debito denominato in una moneta di conto estero (di fatto l’euro è questo per noi italiani, dato che non ne regoliamo l’emissione) è posizione indubbiamente scomoda, ma non è semplice tenere conto di tutte le implicazioni dello scenario alternativo. Uno Stato che controlla la propria moneta può sempre fare scelte diverse rispetto a quelle che – per esempio – chiede l’Europa all’Italia: ridurre le spese e il debito, investire solo in misura sostenibile. Uno stato che controlla la propria moneta può invece, ad esempio, pagare il debito emettendo e stampando la propria moneta.
Ovviamente questo emettere moneta ha un alto prezzo: genera inflazione che distrugge i risparmi, ma al contempo sicuramente riduce il debito e rilancia l’economia attraverso la svalutazione della moneta. Almeno per un po’.
Ciò detto, se lo Stato emette una nuova moneta in seguito alla decisione di uscire dall’euro, si troverà comunque a dover finanziare la spesa e rifinanziare il debito – a tassi e costi molto superiori – ridenominato nella nuova moneta. Salvo che sul debito, se ha comunque in modo stabile un avanzo primario (cioè un saldo netto positivo tra entrate e uscite correnti, cosa assai problematica da garantire nelle tempeste finanziarie), può pensare di ristrutturarlo, ad esempio allungando le scadenze: ma perdendo ovviamente in modo drammatico credibilità verso i sottoscrittori. Sarebbe la dichiarazione di default.
Far partire l’inflazione comporta peraltro uno scenario a sua volta di difficilissima gestione, che nella storia del secolo scorso, nella pur virtuosa Germania ha provocato la fine della democrazia e l’instaurarsi di un regime autoritario, con la complicità anche di altri fattori (la crisi del 29 e le riparazioni di guerra imposte dai francesi alla Germania). Portando infine a un nuovo conflitto mondiale. Uno scenario, quello inflattivo, che le persone della mia generazione hanno vissuto – e ricordano ancora – negli anni settanta e ottanta del secolo scorso e che non ha portato grandi benefici a questo paese, bensì ha contribuito a mandare la spesa fuori controllo e a creare il nostro debito attuale, che proprio lì si è formato, per non dire deformato.
Se la storia procede per passi relativamente razionali – pensandola come Hegel – l’Italia dovrebbe raggiungere un compromesso con l’Europa, gestire il proprio deficit, evitare la crescita eccessiva degli spread e soprattutto non dover causare al sistema creditizio un nuovo Credit Cruch, allontanando lo spettro dell’uscita dalla moneta unica. Ma la storia non sempre è razionale, e sicuramente non lo è, se non di rado, la politica. Almeno quella che si osserva – non solo in Italia ma in molti altri posti in Europa e altrove – di questi tempi. Quindi fare previsioni ottimistiche o catastrofiche è forse incauto. Ma ignorare i fondamentali e fingere che il 2019 sarà un anno semplice per la finanza italiana lo è ancora di più.

06 Mar BASILEA 3: UNA RIVOLUZIONE IN ARRIVO NELLE IMPRESE INDUSTRIALI ITALIANE

Lo scorso dicembre il Comitato di Basilea ha trovato un accordo sui principali emendamenti da apportare al testo base di Basilea III, contenente le nuove regolamentazioni bancarie che entreranno in vigore progressivamente dal 1° gennaio 2022.

Leggendo le norme e gli emendamenti apportati (analizzati da noi nel dettaglio) si capisce soprattutto una cosa: che le banche saranno soggette a una serie di vincoli che inevitabilmente ridurranno in modo sensibile la loro capacità di prestare denaro alle imprese italiane, in particolare a quelle di medio piccole dimensioni che rappresentano l’ossatura industriale del nostro paese.

Ad esempio, verranno trattati in modo specifico, e penalizzante per le banche sotto il profilo dell’assorbimento di capitale, i crediti concessi alle imprese con fatturato inferiore a 50 mln di euro. Le garanzie immobiliari, in particolare per le società industriali, avranno valore nettamente inferiore rispetto alla situazione attuale, fino ad arrivare alla non rilevanza per alcune classi di asset; ne consegue che, laddove le garanzie ipotecarie non saranno integrate da altre garanzie, si andrà incontro a un aumento dei costi della provvista. Più in generale, il modello di rating che le banche applicheranno per valutare la rischiosità dei crediti tenderà a essere sempre più quello standard europeo e sempre meno quello interno delle banche, che tiene conto anche di fattori specifici e determina, in media, un minore assorbimento di capitale per credito erogato. Il credito a lungo termine, proprio per l’evoluzione normativa, verrà quindi penalizzato e le banche tenderanno ad accentuare la preferenza, che già si sta vedendo sul mercato, per l’operatività sul breve termine.

Inevitabilmente il sistema bancario, che ancora pesa in modo determinante nel finanziamento al nostro sistema industriale specie per le piccole e medie imprese, ridurrà il suo sostegno all’industria. Di quanto non è possibile prevederlo, ma nel tempo la disintermediazione del sistema bancario si farà sentire sicuramente in modo sensibile, e i segnali di questo sono già tutti presenti. Leggendo ad esempio il nuovo Piano di Banca Intesa, se ne trova traccia evidente.

A fronte di questo cambiamento, è giunto il momento, e non è più differibile, che le imprese italiane facciano una riflessione epocale sulla propria Capital Structure, valutando le opzioni percorribili. E quali? Sostanzialmente divisibili in due famiglie: ricapitalizzare l’azienda in proprio o attraverso finanza alternativa di capitale e/o di debito ovvero procedere ad aggregazioni che possano dare vita a gruppi più competitivi e con maggiore facilità di accesso ai mercati finanziari.

Se si opta per la ricapitalizzazione in proprio toccherà rimettere in azienda quanto estratto negli anni, o lasciarvi dentro i profitti correnti. Ma anche qui, dove le redditività sono state e sono scarse, e nei casi in cui le famiglie imprenditoriali sono state coinvolte nelle grandi crisi degli ultimi anni (immobiliare, bancaria ecc.) depauperando il proprio patrimonio, sarà un’ipotesi difficile da percorrere. Si stanno però sviluppando nuove forme di finanziamento di capitale – e già se ne vede un esempio lampante nei PIR e nel loro effetto sul mercato dell’AIM – o di debito, con una crescita del debito privato, di quello agevolato, dei mini bond e di altre forme analoghe. Ma la verità è che tutte queste forme di finanziamento, sottoscritte da operatori professionali e istituzionali, presuppongono dimensioni di operazione medio grandi e severi criteri di eleggibilità delle aziende: non tutti avranno dimensioni e rating necessari per avere accesso a tali strumenti.

L’opzione di aggregarsi (o cedere l’azienda) sarà però praticabile per quelle aziende che hanno un buon prodotto, una presenza commerciale non solo locale, un marchio o comunque un mercato di riferimento in crescita. Neanche questa sarà una opzione disponibile a tutti.

Naturalmente non avverrà tutto subito, ci vorrà tempo e la transizione sarà lenta e progressiva. Potrà, credo, essere la spinta finale che trasformerà il nostro sistema industriale, affetto da una notevole passione per la dimensione familiare ma limitata, in un sistema più robusto e solido, guidato dalla validità delle aziende, dei prodotti, delle tecnologie e del know-how. Per molti, quasi per tutti, sarà necessario uscire da quella dimensione limitata del “piccolo è bello”, in un modo o nell’altro. E, lasciandosi alle spalle la vecchia struttura del capitalismo familiare, passare a un sistema più aperto e forte.

30 Nov I LIMITI DI BITCOIN

Nonostante l’apparentemente infinita cavalcata del valore di Bitcoin, ormai sopra gli 11.000 dollari, che sembrerebbe indicarne un successo definitivo, è proprio nelle sue funzioni essenziali di moneta (secondo la teoria classica: 1. mezzo di scambio, 2. unità di conto e 3. riserva di valore) che si avvertono le sue debolezze, ed è probabilmente da una di queste fragilità che prima o poi il sistema potrebbe incrinarsi.

Ecco, secondo noi, perché:

Bitcoin sale perché il suo mercato è sottile e strutturalmente limitato.

Secondo la teoria classica, la quantità di moneta cresce al crescere dell’economia reale. Esprime quindi i fondamentali delle ragioni di scambio, ad esempio, di una nazione o di un gruppo di nazioni. Ma i Bitcoin in circolazione sono pochi (circa 16 mln) e limitati strutturalmente alla cifra massima di 21 mln di pezzi, per costruzione dell’algoritmo che li fonda. Per questa intrinseca limitazione il suo valore sale e verosimilmente continuerà a salire.

Bitcoin può godere di aspettative, ma non di fiducia.

Bitcoin non è né una moneta fisica, né scritturale (quella immateriale garantita dalle banche), né elettronica (quella delle carte di debito/credito o di paypal e simili). Come la moneta moderna non ha un controvalore fisico di garanzia (le riserve auree di una volta), ma non ha nemmeno un emittente terzo che ne garantisca un controvalore. Vale nella misura in cui è accettato da chi vende prodotti e servizi, cosa ancora diffusa in modo del tutto marginale. Assomiglia a un baratto, svolto – ad esempio – con i francobolli. Finché vengono accettati funzionano. Ma il loro valore non è ancorato a nulla se non alla funzione di scambio. Insomma, è come una piuma al vento, il che – poiché il vento soffia attualmente in alto – lo porta su. Ma dire che gode di aspettative al rialzo non ha nulla a che vedere con la fiducia vera in esso riposta.

Bitcoin fallirà come mezzo di scambio per la sua volatilità.

Una delle caratteristiche di una moneta è la sua stabilità di valore, che gli Stati adeguano proprio in funzione del valore dell’economia sottostante, in un certo senso “pareggiandone” la quantità per renderla stabile nel valore. Se una moneta ha una volatilità elevata, ovvero una crescita continua, fallirà come mezzo di scambio perché le attese rialziste faranno sì che essa venga tenuta invece che spesa. Continueranno le aspettative di rialzo, ma il numero di transazioni reali (cioè Bitcoin contro merci o servizi) rimarrà sempre marginale, perché chiunque farà prevalere la speculazione sull’utilizzo normale.

Bitcoin alla fine costerà come le altre monete.

Attualmente il meccanismo cosiddetto di Mining, che consente la validazione indiretta delle transazioni, viene remunerato con nuovi Bitcoin creati (o meglio, frazioni di essi), asintoticamente decrescenti. Ma quando sarà toccato il limite dei 21 mln, chi pagherà i Miners, il cui costo vivo di processamento è già oggi molto elevato? Dicono verrà introdotta una commissione sulle transazioni, e a noi non resterà che sperare che non sia elevata. Anche la convenienza, in questa catena al rialzo, alla fine si rivelerà una chimera.

Bitcoin soffrirà le altre cryptovalute e i loro flop.

Si deve ammettere che la tecnologia della Blockchain è geniale e nettamente superiore alle altre cryptovalute. Ma queste, e i relativi ICO (Initial Coin Offerings), continuano e continueranno ad esistere, a competere – coi loro limiti di sicurezza – con Bitcoin, e, talvolta, a fallire. Questi fallimenti potranno forse essere una conferma indiretta della bontà di Bitcoin, ma, più facilmente, contribuire ad accomunarlo in un giudizio negativo e scettico. Alla fine, ne verrà influenzato comunque.

Bitcoin non è così sicuro come sembra.

Va ricordato che già nel 2014 la società cinese G-Hash arrivò a controllare il 41% del nodi di processing di Bitcoin, scatenando la reazione della rete e tirandosi indietro per evitare guai. In teoria, basta controllare il 51% dei nodi per poter alterare la regolarità della Blockchain, cioè della tecnologia sottostante a Bitcoin. Non dimentichiamo poi il fallimento di Mt Gox negli Stati Uniti, con perdite di centinaia di migliaia di dollari in Bitcoin. Insomma, il sistema appare statisticamente sicuro, ma non lo è completamente. La ragione di questo sta, ovviamente, nella mancanza di un ente terzo garante e regolatore, ma non solo. Il fatto che il Mining sia diventata una attività molto complessa che richiede elevati investimenti di data processing porta progressivamente Bitcoin a essere gestito da un numero limitato di soggetti grandi o molto grandi. Non esattamente la diffusione più “sicura” da immaginare.

Bitcoin verrà lasciato libero solo per un po’.

La assoluta irrilevanza degli scambi globali attuali su Bitcoin fa sì che gli Stati e le Banche centrali lo osservino con attenzione ma senza prendere provvedimenti. Di fatto, secondo alcuni, non è attualmente nemmeno classificato come una moneta. Ma le funzioni di regolazione dell’economia reale – e del benessere delle persone – attraverso la politica monetaria non verranno mai abdicate dagli Stati e dagli Enti regolatori nazionali o continentali. Perciò, come un ragazzino esuberante, viene oggi lasciato correre a briglia sciolta, in preda all’ingordigia degli investitori e all’euforia dei tanti informatici libertari che scorrazzano sulla rete. Quando verrà il momento, uscirà una regolamentazione che limiterà e porrà vincoli precisi a Bitcoin. Oppure, come si è detto di recente in Russia, lo sostituirà con una cryptovaluta di Stato, perfettamente convertibile e regolata. Che avrebbe il non piccolo vantaggio di poter controllare meglio il gettito fiscale. Insomma, si terrà il buono, cioè la tecnologia, e si sgonfierà il resto. Come a suo tempo è stato per Napster.

27 Jun È IL PIL MISURA DI TUTTO?

“Crescita, sviluppo e progresso sociale. È il PIL misura di tutto?”
Questa la traccia di uno dei temi proposti ai nostri ragazzi che hanno affrontato la maturità e queste le nostre idee in merito.

Misurare qualcosa vuol dire confrontarla con un oggetto analogo preso a campione e a misura di riferimento. Un liquido con un litro di liquido, un peso con un kg di un altro oggetto pesante, una distanza con un oggetto lungo un metro.
Ma come si misura un uomo? E come si misura una società di esseri umani? Quante variabili servono a descriverla? E, soprattutto, crescita, sviluppo e progresso sociale possono essere misurati solo in termini monetari? Come singoli individui, noi siamo la ricchezza che produciamo o che abbiamo accumulato?

Per molti la risposta può essere affermativa, in senso negativo o positivo.
In senso negativo: chi non ha né genera ricchezza subisce un condizionamento dalla propria situazione, in molti casi pesante e fortemente vincolante. Anche prescindendo dalla questione morale del merito, si può dire con certezza che chi, ad esempio, non può dormire con un riparo stabile sopra la testa (o cibo sufficiente a sopravvivere) è fortemente condizionato dalla propria “carenza di PIL”. Forse la sua vita non si esaurisce lì, d’accordo. Ma, in quella assenza di stabilità, anche tutto il resto della sua umanità rischia di risultare risucchiato e travolto.

In senso positivo: anche chi ha “eccesso di PIL” tende spesso ad avere la propria umanità risucchiata dalla propria condizione di ricchezza. Soddisfatti tutti i bisogni primari, è come se l’uomo li dimenticasse e ponesse il suo baricentro in quelli secondari (che ci fanno vivere bene) e addirittura terziari (che ci fanno vivere nel lusso e nella ostentazione). Spesso il finale è tragico, perché l’allontanarsi dai fondamentali dell’esistenza accomodandoci nel superfluo ci porta un profondo senso di noia e spesso un’ansia la cui vera ragione è la paura di retrocedere nella graduatoria economica in cui ci siamo, volontariamente o meno, imprigionati da soli.

E quindi sì, ci sono alcuni casi in cui, a livello individuale, il nostro PIL individuale finisce con l’essere una parte preponderante della nostra vita. Che sia troppo o troppo poco.
Nel mezzo, dove speriamo che tutti gli uomini saranno in futuro, c’è invece l’umanità che se la gioca certo anche sull’economia, ma anche su mille altri pregi e difetti, sogni, rimpianti, aspettative e passioni. Tutto ciò che per fortuna rende il PIL una misura molto, molto parziale della nostra crescita, del nostro sviluppo e del nostro progresso sociale.

Ma appunto, non ci sono solo gli individui. Ci sono anche le società, che hanno una complessità ancora superiore rispetto all’individuo.
Quanto detto per gli individui vale anche per le società in modo aggregato, naturalmente. Se ripensiamo agli anni Ottanta e alla tragica vicenda dei Narcos colombiani del Cartello di Medellin ne vediamo un semplice ma chiaro esempio.
Una carenza generalizzata di PIL (assieme a risorse naturali) fa sì che milioni di persone colombiane, a basso costo e per non morire di fame, accettino di lavorare come schiavi per un bandito come Pablo Escobar per anni, esportando cocaina in Florida.
E un eccesso generalizzato di PIL negli Stati Uniti, e nel sud in particolare, porta gli americani a trasferire, per molti anni, circa 30 mld di dollari l’anno verso la Colombia per divertirsi con la droga.

L’eccesso e la mancanza di PIL si toccano e mandano per anni in cortocircuito, su di un business illegale, la bilancia dei pagamenti dei due Paesi, costringendo il governo degli USA a intervenire non per ragioni etiche ma finanziarie.

Nelle società, tuttavia, quando si parla di PIL non ci si può limitare alla sua dimensione e nemmeno all’indicazione del PIL pro-capite. Sempre più rilevante, soprattutto in questi anni che hanno visto l’emergere di economie (la Cina, la Russia, il Brasile a fasi alterne) con tassi di crescita del PIL a due cifre, è la distribuzione del PIL.

Io sono convinto che nessun uomo accetti volentieri una propria condizione di indigenza senza cercare di porvi rimedio. Può accettare, per sua inclinazione, per altri suoi interessi o per una situazione di scelta o di forza maggiore, una situazione di sopravvivenza magari stentata. Senza rischi eccessivi o problemi concreti sui bisogni primari, un uomo può accettare la propria vita. Se è invece in una situazione di indigenza grave, lui o i suoi cari, non accetta di buon grado la propria situazione e, se ne ha la possibilità, cerca di migliorarla con ogni mezzo.

Ma credo il punto sia il seguente: qualunque sia la sua situazione di indigenza o di stentatezza, può anche accettare di stare nella parte bassa della piramide sociale, ma a un patto. Che vi siano delle opportunità accessibili di migliorarsi. E che queste opportunità siano realmente a disposizione, e che effettivamente, sebbene con sacrificio e fatica, siano perseguibili. E che questo percorso non sia truccato. Che non ci siano persone che riescono a crescere nella piramide sociale a scapito degli altri, con mezzi truccati e con ingiustizie più o meno visibili. Per la semplice ragione che il trucco e l’ingiustizia, nel mondo di oggi, iperconnesso e integrato, si vedono.

Sono quindi convinto che una società che cresce e progredisce non sia quella che presenta il maggiore livello di PIL pro capite, o di tasso di crescita del PIL, bensì quella dove si attua una vera e progressiva distribuzione del PIL, mediante l’offerta di reali opportunità di miglioramento ai singoli e alle classi inferiori. Insomma, che sia una società che premia il merito, più che il censo o i natali.

E questo è un tema politico, poiché il cuore della politica non è che questo: garantire il rispetto delle regole affinché tutti abbiano delle opportunità qualora se le meritino. Opportunità che devono essere offerte in misura maggiore a chi al PIL partecipa meno che agli altri, perché le forze naturali della ricchezza già da sole spingeranno chi al PIL partecipa più che proporzionalmente a protrarre la propria situazione favorevole di sperequazione.

Con il crollo dei regimi comunisti, dove l’uguaglianza era stabilita per legge, ma in modo tanto soffocante da uccidere l’iniziativa individuale, la politica, di ispirazione liberale o socialista, non ha ancora saputo dare una risposta completa e davvero credibile a questa esigenza. Credo che la risposta sia un insieme di iniziative, di leggi e di regolamenti (ne cito alcuni: l’uguaglianza dei diritti civili di tutti gli individui, la tassazione dei patrimoni in caso di successione, l’investimento sulla scuola e sull’Università) ispirati dal filo rosso di dare a tutti gli individui uguali diritti e opportunità.Non solo, ovviamente, le opportunità economiche, ma prima di tutto quelle della conoscenza e dell’apprendimento, perché niente è più correlato al miglioramento personale e sociale che l’istruzione e lo studio.

In conclusione, quindi, il PIL non è misura di tutto, né può misurare la crescita e il progresso sociale.

Robert Kennedy, in un celeberrimo discorso tenuto all’università del Kansas, diceva:
«Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».

Inoltre, ricordava tutto quello che il PIL include, ma che non è certo una misura positiva dell’andamento di una società umana:
«Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».