Lo scorso dicembre il Comitato di Basilea ha trovato un accordo sui principali emendamenti da apportare al testo base di Basilea III, contenente le nuove regolamentazioni bancarie che entreranno in vigore progressivamente dal 1° gennaio 2022.

Leggendo le norme e gli emendamenti apportati (analizzati da noi nel dettaglio) si capisce soprattutto una cosa: che le banche saranno soggette a una serie di vincoli che inevitabilmente ridurranno in modo sensibile la loro capacità di prestare denaro alle imprese italiane, in particolare a quelle di medio piccole dimensioni che rappresentano l’ossatura industriale del nostro paese.

Ad esempio, verranno trattati in modo specifico, e penalizzante per le banche sotto il profilo dell’assorbimento di capitale, i crediti concessi alle imprese con fatturato inferiore a 50 mln di euro. Le garanzie immobiliari, in particolare per le società industriali, avranno valore nettamente inferiore rispetto alla situazione attuale, fino ad arrivare alla non rilevanza per alcune classi di asset; ne consegue che, laddove le garanzie ipotecarie non saranno integrate da altre garanzie, si andrà incontro a un aumento dei costi della provvista. Più in generale, il modello di rating che le banche applicheranno per valutare la rischiosità dei crediti tenderà a essere sempre più quello standard europeo e sempre meno quello interno delle banche, che tiene conto anche di fattori specifici e determina, in media, un minore assorbimento di capitale per credito erogato. Il credito a lungo termine, proprio per l’evoluzione normativa, verrà quindi penalizzato e le banche tenderanno ad accentuare la preferenza, che già si sta vedendo sul mercato, per l’operatività sul breve termine.

Inevitabilmente il sistema bancario, che ancora pesa in modo determinante nel finanziamento al nostro sistema industriale specie per le piccole e medie imprese, ridurrà il suo sostegno all’industria. Di quanto non è possibile prevederlo, ma nel tempo la disintermediazione del sistema bancario si farà sentire sicuramente in modo sensibile, e i segnali di questo sono già tutti presenti. Leggendo ad esempio il nuovo Piano di Banca Intesa, se ne trova traccia evidente.

A fronte di questo cambiamento, è giunto il momento, e non è più differibile, che le imprese italiane facciano una riflessione epocale sulla propria Capital Structure, valutando le opzioni percorribili. E quali? Sostanzialmente divisibili in due famiglie: ricapitalizzare l’azienda in proprio o attraverso finanza alternativa di capitale e/o di debito ovvero procedere ad aggregazioni che possano dare vita a gruppi più competitivi e con maggiore facilità di accesso ai mercati finanziari.

Se si opta per la ricapitalizzazione in proprio toccherà rimettere in azienda quanto estratto negli anni, o lasciarvi dentro i profitti correnti. Ma anche qui, dove le redditività sono state e sono scarse, e nei casi in cui le famiglie imprenditoriali sono state coinvolte nelle grandi crisi degli ultimi anni (immobiliare, bancaria ecc.) depauperando il proprio patrimonio, sarà un’ipotesi difficile da percorrere. Si stanno però sviluppando nuove forme di finanziamento di capitale – e già se ne vede un esempio lampante nei PIR e nel loro effetto sul mercato dell’AIM – o di debito, con una crescita del debito privato, di quello agevolato, dei mini bond e di altre forme analoghe. Ma la verità è che tutte queste forme di finanziamento, sottoscritte da operatori professionali e istituzionali, presuppongono dimensioni di operazione medio grandi e severi criteri di eleggibilità delle aziende: non tutti avranno dimensioni e rating necessari per avere accesso a tali strumenti.

L’opzione di aggregarsi (o cedere l’azienda) sarà però praticabile per quelle aziende che hanno un buon prodotto, una presenza commerciale non solo locale, un marchio o comunque un mercato di riferimento in crescita. Neanche questa sarà una opzione disponibile a tutti.

Naturalmente non avverrà tutto subito, ci vorrà tempo e la transizione sarà lenta e progressiva. Potrà, credo, essere la spinta finale che trasformerà il nostro sistema industriale, affetto da una notevole passione per la dimensione familiare ma limitata, in un sistema più robusto e solido, guidato dalla validità delle aziende, dei prodotti, delle tecnologie e del know-how. Per molti, quasi per tutti, sarà necessario uscire da quella dimensione limitata del “piccolo è bello”, in un modo o nell’altro. E, lasciandosi alle spalle la vecchia struttura del capitalismo familiare, passare a un sistema più aperto e forte.